lunedì 7 dicembre 2009

Fine corsa

Il mio primo post, nel lontano 2006, era un segnale di quella insofferenza, che forse è stata la vera molla che mi ha spinto ad aprire un blog e a tenerlo in vita per più di tre anni.

Ora ho aperto un nuovo blog (questo chiude). Si chiama dum volvitur orbis (l'indirizzo è dumvolviturorbis.wordpress.com). Perché questo titolo, tratto dal motto certosino "Stat crux dum volvitur orbis"? Me ne giustificherò nei prossimi giorni.

Lo stile cambierà un po', forse, ma cercherò in ogni modo di non diventare accomodante.

giovedì 3 dicembre 2009

Stat Crux

Dum volvitur orbis.

venerdì 20 novembre 2009

Per farla finita con le "radici giudaico-cristiane"

Ci voleva il rabbino più citato dal papa.

mercoledì 18 novembre 2009

Santità e politica

Leggo sul blog di Luigi Accattoli che il cardinale Ersilio Tonini ha proposto la beatificazione di Benigno Zaccagnini. Così, scrive Accattoli, sarebbero nove i "santi" ad aver preso parte alla Costituente: insieme con Zaccagnini, Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Igino Giordani, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Enrico Medi, Aldo Moro, Costantino Mortati. Non potrebbe esserci esempio migliore di come non necessariamente un politico santo sia un buon politico, e viceversa.

lunedì 16 novembre 2009

Un precursore: quando il duce denunciava lo scisma sommerso

Anche lui, come oggi i migliori intellettuali progressisti, aveva molto a cuore le sorti della Chiesa cattolica e il futuro della religione: "Tu non sai il male che fa questo papa alla Chiesa. Mai papa fu tanto nefasto alla religione come questo", diceva seccato Benito Mussolini all'amante Claretta Petacci nell'ottobre del 1938, dopo che Pio XI aveva dichiarato: "Spiritualmente siamo tutti semiti".

E anche lui si preoccupava della frattura tra i fedeli e la gerarchia, così lontana, quest'ultima, con i suoi dogmi e le sue rigidità (ora, per esempio, si stava mettendo di traverso alla legge che vietava i matrimoni misti...), dalle esigenze concrete dei singoli credenti e dallo spirito dei tempi. E così, il duce denunciava, profetico, ciò che oggi si definirebbe, con termine alla moda, "scisma sommerso": "Ci sono cattolici profondi che lo ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania completamente. Oggi siamo gli unici, sono l’unico a sostenere questa religione che tende a spegnersi".

(Stralci del diario di Claretta Petacci, una sintesi del quale è in uscita per la Rizzoli col titolo Mussolini segreto, a cura di Mauro Suttora, qui)

sabato 14 novembre 2009

Sul caso Cucchi il beneficio del dubbio è sospeso

Oggi su Repubblica, Carlo Bonini scrive che Stefano Cucchi è stato pestato a morte da tre agenti della polizia penitenziaria, e che "questa verità" la dobbiamo "al coraggio di un giovane detenuto africano".

Forse Bonini, che riporta la tesi della Procura, tesi che andrà verificata in tribunale, ha ragione. Ma potrebbe avere torto. Sulla morte di Cucchi sono in corso le indagini, poi ci sarà un processo nel quale si valuterà, tra le altre cose, se la testimonianza dell'africano è attendibile o meno. Non sarebbe più corretto per ora usare il condizionale? E invece Bonini va oltre.

"A finire il lavoro avviato dai tre uomini in giubba blu" (i tre poliziotti che sono sospettati di aver pestato Cucchi, ma che potrebbero alla fine risultare innocenti) "è stata la negligenza, imperizia, imprudenza di tre uomini in camice bianco", che poi sarebbero un uomo e due donne, il primario dell'ospedale Pertini, dove Cucchi è stato ricoverato, e due dottoresse che l'hanno assistito.

Sempre oggi, il Corriere della Sera ha raccolto lo sfogo di una delle due dottoresse accusate di negligenza, imperizia e imprudenza: "Lo visitammo in più d'uno. Gli fu fatto un emocromo e non c'erano segnali di allarme. Piastrine, globuli rossi, fibrinogeno: tutto nella norma. Non c'era sudorazione. Battito non aumentato. Nulla. Andate a vedere la cartella clinica: racconta esattamente ciò che accadde. In più, se avessimo riscontrato o sospettato segni di percosse, avremmo avuto l'obblico di legge di comunicarlo al magistrato. Il ragazzo aveva macchie color porpora, simmetriche, sotto le orbite oculari. Ma potevano essere tutto. Ecchimosi. Oppure il frutto di una precedente patologia, per esempio epatica..." (Va ricordato inoltre che, secondo il giudizio - anche questo, naturalmente, contestabile - dei medici del Pertini, le fratture alle vertebre erano frutto di traumi non recenti e risalivano a un tempo precedente all'arresto).

Secondo la dottoressa, Cucchi è morto di morte naturale, probabilmente a causa dello stato di debilitazione fisica, provocato dalla sua tossicodipendenza: "Per quanto possa apparire spiacevole, se Stefano Cucchi fosse morto a casa sua, il medico nel referto avrebbe scritto: decesso naturale. Questa è la verità. Visto il passato, la tossicodipendenza, visto tutto, un collasso purtroppo può capitare anche a un ragazzo che ha solo 31 anni".

Non capisco come non si possa sospendere il giudizio, di fronte a parole come queste. E invece tutti danno per scontato che il pestaggio ci sia stato. I sospetti non sono sospetti, sono certezze. E per i dubbi - come quelli che sto esprimendo in questo momento, e che vorrebbero non escludere a priori nessuna ipotesi - sembra non esserci spazio. Temo anzi che verranno considerati alla stregua di provocazioni.

Evidentemente l'emotività e l'ideologia hanno la meglio sulla prudenza e sulla ragionevolezza. Ed è proprio questo aspetto del "caso Cucchi" - e non la vicenda in sé - che mi sembra interessante e significativo. In questo senso, trovo condivisibile il parallelismo, fatto da Sergio Romano, tra Stefano Cucchi e Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso a Genova durante gli scontri al G8 del 2001. Entrambi sono diventati, loro malgrado, bandiere di una cultura del risentimento, che toglie alle "vittime" ogni responsabilità, per caricarle tutte sullo Stato e sulle istituzioni.

(Significativa conferma della tesi di Romano, è il commento di Adriano Sofri alla vicenda: "Si può star sicuri che Stefano Cucchi fu picchiato", scrive, per poi prendersela con i carabinieri, con i poliziotti, con i politici che fanno leggi proibizioniste, con i medici che hanno visitato il giovane, dei quali dice perfino che "forse scherzano sulle sue ossa rotte e sporgenti"... Conclusione: "Non sarà facile, per l'omicidio di Cucchi, trovare il non colpevole". Traducendo: è stato ucciso dal sistema).

martedì 10 novembre 2009

"Non essere tu, quello diverso"

E' lo slogan anti-omofobia ideato dal ministero per le Pari Opportunità (guarda lo spot qua sotto). Un cortocircuito logico, certo non voluto ma illuminante. Uno slogan perfetto suo malgrado: per dire tutto, dice troppo.

Altri muri

Altri muri/1. Maurizio Blondet dà conto (qui, per chi è abbonato) di un'ipotesi clamorosa sul Muro del Pianto di Gerusalemme, davanti al quale pregano gli ebrei: non sarebbe l'ultimo resto del Tempio di Erode, ma ciò che rimane della Fortezza Antonia, che ospitò la Decima Legione romana.

Altri muri/2. Simon Schama racconta l'ultimo muro della guerra fredda, quello che separa ancora oggi le due Coree (qui). Nella zona di confine, nei rigogliosi campi del sud è vietato l'uso di pesticidi, così il riso che lì si coltiva è il più buono di tutta la Corea.

Altri muri/3. Chiudo con un ricordo del Muro di Berlino (sotto). Perché, allora, "altri muri"? Perché la descrizione che ne fece Piero Buscaroli nel 1985 mi sembra molto diversa, e più profonda, delle rievocazioni ascoltate in questi giorni. Il muro non era semplicemente la barriera di divisione tra tirannia e mondo libero (la stessa piatta interpretazione che del muro tra le due Coree dà Simon Schama nell'articolo sopra): era la mostruosa cicatrice che deformava e umiliava quella che era stata la capitale della Germania, era il prodotto e il simbolo del destino di un popolo.

"A chi gli domandava, una ventina d'anni fa, quale spettacolo gli avesse fatto maggior impressione nella sua vita, un famoso artista rispose il muro di Berlino. Non muterei risposta. Irrancidito, reso, di osceno che era, anche grottesco dai milioni di scritte che migliaia di scolari in vacanza vi hanno tracciato con le bombolette, adempie ancor meglio alla sua funzione di vivente allegoria. La sua forza tragica, turgida e deforme, esprime la Germania di dopo le due guerre mondiali più d'ogni pensabile monumento. Poteva nascere soltanto qua. Oltre che simbolo del calvario d'un popolo, è un'opera d'arte spontanea, innalzata dallo Spirito del Tempo nel luogo adatto.
Come nella Parigi minore, quella autentica e non ufficiale, il surrealismo è nell'aria e lo senti evaporare dalle cose come un fungo bizzarro dal sottobosco di un realismo chiuso e avaro, qui ti accorgi che l'espressionismo continua la sua carriera macabra ed esibizionista anche dopo che le storie dell'arte lo hanno messo in pensione.
Se ricadi nella tentazione di vedere il muro, non sfuggirai alla morsa di un ricordo che ti accompagnerà, come uno spettacolo opprimente sèguita a ramificare nella coscienza il suo viluppo d'interrogativi. Qui, non puoi neppure opporre lo scatto che respinge le riflessioni fastidiose nel regno delle larve immaginarie. Berlino è viva, scena e attore insieme; sussulta della vitalità abnorme che mostrano creature viventi, ma mutilate e storpiate; la cui menomazione, quando non le rattrappisce e paralizza, nascondendole alla vista, si converte in macabra impudicizia. Berlino vive come certi animali che la turpe vivisezione condanna a sopravvivere con mostruose ferite, innesti sadici e pazzeschi, e pur nell'immobilità cui li danna l'esperimento, agitano le zampe, le orecchie, la coda, in scatti violenti, mimesi e residuo di vitalità; e ti chiedi come la vita sopporti di prolungarsi tra quelle violazioni delle leggi naturali che ti provocano pietà, repugnanza e sdegno.
Da venticinque anni, il muro non è soltanto la barriera minacciosa che serpeggia attraverso luoghi che furono strade e piazze, orrla canali e fiumi, solca parchi inselvatichiti, rovine ricoperte d'erbacce e rifiuti, non più esplorate dopo le ultime cannonate del maggio 1945. Non è tanto la ferita di quaranta chilometri che seziona quella che fu una capitale, il semicerchio di altri cento che separa Berlino occidentale dalla sua campagna. Il muro è la condizione, sempre presente, anche quando non sia visibile, delle due diverse città. Quella che vi dà la fastidiosa impressione della trappola, quando ci volate dentro, o, peggio, vi correte in automobile attraverso il territorio ostile, è pur sempre il paradiso cui anelano diciassette milioni di schiavi". (Piero Buscaroli, Paesaggio con rovine, Camunia)

domenica 1 novembre 2009

Berlino 1936, le vittorie di Owens, l'imbarazzo di Roosevelt

Questa domenica Paolo Mieli presenta sul Corriere della Sera (leggi qui) il libro Le Olimpiadi dei nazisti. Berlino 1936, di David Clay Large, in uscita per Corbaccio. Secondo la vulgata, ripresa dallo stesso Mieli, le quattro medaglie d'oro (cento e duecento metri, salto in lungo, staffetta 4x100) vinte all'Olympiastadion di Berlino dall'americano di colore Jesse Owens, "provocarono grande stizza in Adolf Hitler il quale, secondo i resoconti dell'epoca, non volle in alcun modo congratularsi con lo sportivo afroamericano che con la sua stessa presenza alla competizione sportiva - e salendo poi sul podio - aveva infranto il più grande tabù della Germania nazista".

Curiosamente però, quando Mieli lascia la parola allo stesso Owens, lo scenario cambia e la tesi della "stizza" di Hitler sembra più difficile da sostenere: "Quando passai il cancelliere si alzò in piedi, mi salutò con la mano e io risposi al suo saluto", disse infatti in seguito l'atleta statunitense (ma la citazione completa, che Mieli non riporta, è molto più significativa, e dovremo tornarci). Owens peraltro definirà Hitler "un uomo di grande dignità" e rimproverò invece al suo presidente, Franklin Delano Roosevelt, di non avergli mandato "nemmeno un telegramma" di congratulazioni. E' interessante notare - cito sempre dall'articolo di Mieli - come in America i circoli ebraici si impegnarono a fondo, inutilmente, per convincere la delegazione americana a boicottare le Olimpiadi, mentre gli afroamericani si divisero. Il New York Amsterdam News, giornale della comunità nera, fece propaganda per il boicottaggio. Ma lo sprinter di colore Ralph Metcalfe (sarà medaglia d'argento nei 100 metri a Berlino), che aveva partecipato a un meeting di atletica nella Germania nazista di fine 1933, paragonava il trattamento ivi ricevuto ("da re") con quello riservato ai neri in alcuni Stati americani, dove era loro proibito perfino gareggiare con i bianchi e alloggiare negli stessi campus.

Ma torniamo a Owens. Nella sua autobiografia (cito da Vittorio Messori, Le cose della vita, Sugarco) l'atleta smentì con chiarezza la presunta "stizza" del Fuhrer all'Olympiastadion. Ecco la citazione integrale: "Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d'onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un'ostilità che non ci fu affatto". Owens fu del resto celebrato nel superbo Olympia, il film sulle Olimpiadi berlinesi che Hitler commissionò alla grande regista Leni Riefenstahl. Al ritorno in patria il campione olimpico invece non fu convocato, come tutti si attendevano, alla Casa Bianca. Il presidente Roosevelt era in piena campagna elettorale per la rielezione e probabilmente non voleva turbare l'elettorato razzista degli Stati del Sud. Fu lui, e non Hitler, che in quel 1936 si rifiutò di "stringergli la mano".

venerdì 30 ottobre 2009

La nota politica

lunedì 26 ottobre 2009

"Mi venne incontro una femmina balba"

Tutti abbiamo visto le foto dei transessuali finiti al centro delle cronache non solo recenti (vi ricordate il caso di Lapo Elkann?). A Roma, scrive il Corriere della Sera, "in una delle zone più esclusive" della città, i trans ricevono in visita ogni notte un triste corteo composto da politici e attori, giornalisti e personaggi dello spettacolo. Corteo inquietante. Le fotografie ci mostrano gli strani oggetti di questi desideri stravolti. I volti gonfi dei trans, contratti in una smorfia grottesca, i corpi deformati... Il vizio non dissimula più sé stesso, ma si offre agli uomini in tutta la sua ironia.

Prima di salire gli ultimi tre cerchi del Purgatorio, dove saranno punite l'avidità, la gola e la lussuria, Dante fa un sogno. Gli appare una donna, simbolo della strana seduzione esercitata sull'uomo dai beni effimeri di questa terra, preferiti ai beni eterni. "Mi venne incontro una femmina balba (balbuziente),/ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta/ con le man monche, e di colore scialba". Pian piano però questo mostro acquista agli occhi di Dante altre fattezze: la parlata si scioglie, lo sguardo e il corpo si raddrizzano, il pallore mortale cede a un incarnato incantevole: "Io la mirava; e come 'l sol conforta/ le fredde membra che la morte aggrava,/ così lo sguardo mio le facea scorta/ la lingua, e poscia tutta la drizzava/ in poco d'ora, e lo smarrito volto,/ com'amor vuol, così lo colorava". E il mostro, così trasfigurato, si mette a cantare: un canto da sirena, dolcissimo, irresistibile: "Poi ch'ella avea il parlar così disciolto,/ cominciava a cantar sì, che con pena/ da lei avrei mio intento rivolto./ 'Io son', cantava, 'io son dolce sirena,/ che ' marinari in mezzo mar dismago;/ tanto son di piacere a sentir piena!'".

L'inganno sarà presto svelato: una donna "santa e presta" (la grazia) scuoterà Virgilio (la ragione) dal suo torpore; e questi allora strapperà il vestito alla "dolce sirena" incantantrice, mostrandone a Dante il ventre fetido: "quel mi svegliò col puzzo che n'uscia". Ma questo è il travestimento ordinario del vizio (la collega più giovane, la segretaria e l'allieva, per le quali l'uomo tradisce la moglie e i figli). Il corteo quotidiano dei clienti illustri dei transessuali romani sembra ricordarci che il vizio può essere anche amato in sé e per sé, inspiegabilmente, nella sua bruttura.

domenica 25 ottobre 2009

L'imprevisto nella storia

Oggi nell'inserto culturale del Sole 24 Ore Emilio Gentile presenta un saggio dello storico inglese Richard Overy (Sull'orlo del precipizio. 1939. I dieci giorni che trascinarono il mondo in guerra, Feltrinelli) con queste parole: "In realtà, argomenta Overy, la Seconda guerra mondiale fu la conseguenza di un enorme errore di valutazione da parte di Hitler, quando decise di correre il rischio in un pericoloso gioco d'azzardo: l'errore fu la presunzione che la Gran Bretagna e la Francia si sarebbero arrestate sull'orlo del precipizio, e non avrebbero corso il rischio di scatenare una nuova guerra europea e mondiale solo per difendere uno Stato dell'Europa orientale. Probabilmente, Hitler stesso comprese presto la gravità dell'errore commesso. Infatti, quando l'ambasciatore inglese, all'indomani dell'attacco tedesco alla Polonia, comunicò a Hitler l'ultimatum del suo governo, equivalente a una dichiarazione di guerra, il Fuhrer si volse con aria inferocita verso il suo ministro degli Esteri, e gli chiese: 'E adesso?'".

Sull'imprevedibilità degli accadimenti storici è da poco uscito, per Il Mulino, il saggio di Paolo Macry Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell'Europa del Novecento. Prendendo in esame la parabola finale della Russia di Nicola II, dell'Impero austro-ungarico di Carlo d'Asbrugo e della Germania di Guglielmo II, l'autore presenta gli ultimi giorni prima del crollo non come "il punto terminale di una traiettoria storica in qualche modo annunciata" (la tentazione dello storico) ma come "una una pièce di avvenimenti, della quale non si conosce in anticipo la conclusione". Alcuni aneddoti sono significativi. Come quello sul ricercato Lenin che, alla vigilia della presa del Palazzo d'Inverno, il volto coperto di bende, viene fermato di notte da una pattuglia a cavallo. Riuscirà a farla franca, fingendosi ubriaco. Che sarebbe successo se fosse stato imprigionato? Riflessioni interessanti sul saggio di Macry, e sul ruolo, nella storia, delle personalità dei singoli uomini e degli avvenimenti fortuiti, le ha scritte qualche giorno fa sul Corriere della Sera Paolo Mieli, in una bella recensione della quale consiglio la lettura (qui).

sabato 24 ottobre 2009

Tremonti e Padoa-Schioppa, storie parallele (ma diverse)

Cambiano gli interpreti, non il copione. Ai tempi del governo Prodi il ministro più osteggiato era Tommaso Padoa-Schioppa, ai tempi del governo Berlusconi il ministro più discusso è Giulio Tremonti. I due responsabili dell'economia si sono preoccupati entrambi, con ottime ragioni, di salvaguardare i conti pubblici dalle richieste del "partito della spesa". Nello stesso tempo entrambi, con ottime ragioni, sono finiti nel mirino dei fautori del "partito della riduzione delle tasse". Niente di nuovo sotto il sole? In realtà, due elementi di novità ci sono.

Il primo è l'orizzonte culturale di riferimento dei due ministri. Padoa-Schioppa fece scalpore per la sua uscita contro i "bamboccioni": era l'elogio dell'intraprendenza e della mobilità sociale, secondo il modello anglosassone. Tremonti ha fatto rumore per il suo elogio del "posto fisso": è l'elogio della stabilità familiare e della coesione sociale, secondo il modello latino. Non una differenza da poco.

Il secondo elemento di novità è la devastante crisi finanziaria del 2008: originatasi in America, ha messo in discussione il modello di sviluppo che fino ad oggi si riteneva il migliore possibile, quello incentivato dalla turbofinanza. Un economista come Marco Fortis ha recentemente ridimensionato questo modello, sostenendo che la crescita dei Paesi che l'hanno adottato è stata limitata nel tempo (il decennio 1995-2006) ed è stata determinata da un aumento abnorme del debito privato - ciò che ne ha determinato il successivo crac (leggi qui). Se questa lettura (eretica) è corretta, sarebbe sbagliato indebolire un ministro, come Tremonti, che la condivide e la rivendica.

Nostalgia canaglia

Il Giornale regala la riproduzione di alcune sue prime pagine storiche. In quella datata 11 luglio 1974, si legge questo "Controcorrente", che potrebbe benissimo essere stato scritto ieri:

Un lettore ci ha chiesto come mai abbiamo taciuto sullo "scandalo" di Santa Margherita, dove un locale è stato chiuso perché vi si dava un indecente spettacolo di spogliarello di travestiti. Ne abbiamo taciuto per due motivi. Prima di tutto perché non ci sembra una notizia. Eppoi perché, considerandolo uno scandalo, faremmo molto piacere a coloro che vi hanno partecipato proprio con l'intenzione di fare scandalo e nella speranza di salire, in groppa ad esso, agli onori della cronaca. Ma se il lettore vuole sapere cosa ne pensiamo, eccolo in sintesi. Quando vediamo o sentiamo, o leggiamo di queste prodezze degne in tutto di modesti Andrea Sperelli di provincia sottosviluppata, il nostro occhio corre istintivamente a una ingiallita fotografia di Stalin, ereditata da un nostro vecchio collega - Webb Miller - che l'aveva ricevuta con dedica da lui stesso. E quel duro volto ci sembra d'improvviso soltanto severo. E i suoi minacciosi baffi diventano meno minacciosi, anzi acquistano qualche somiglianza con quelli di nostro nonno. E insomma, beh, certo, non si può dire che sia una fisionomia rassicurante. Però, perdio... E di questo
però e di questo perdio, la sera, prima di addormentarci, siamo costretti a chiedere perdono al Santissimo.

mercoledì 21 ottobre 2009

"La schavitù del peccato" secondo Georges Bernanos

Una pagina indimenticabile, tratta dal romanzo Sotto il sole di Satana. L'abate Donissan, vicario di Campagne, rivela alla disgraziata Mouchette la verità su sé stessa e sul suo peccato. E' una originale, magnifica illustrazione di quella che san Paolo chiamava "la schiavitù del peccato". E l'evocazione delle anime dannate, presentate nell'annientarsi della loro personalità, supera la visione dell'Inferno di Dante.

***

-La tua vita ripete le storie di altre vite, tutte uguali, senza rilievo, giusto a livello della greppia dove il gregge bruca il suo strame. Sì. Ciascuno dei tuoi atti porta il segno che t'ha impresso uno di quelli da cui tu discendi, brutti avari, lascivi e bugiardi. Li vedo. Dio mi concede di vederli. In verità io ti ho veduta in loro e loro in te. Oh, com'è piccolo e pieno di pericoli il nostro posto nel mondo, e com'è stretta la nostra via!

E cominciò altri discorsi anche più straordinari, ma a voce bassa e con tutta semplicità.

Come potrebbero essere riferiti? Era ancora la storia di Mouchette mirabilmente fusa con altre vecchie storie dimenticate da anni, se pure non ignorate da sempre.

Prima di averne compreso il senso, Mouchette si sentì stringere il cuore, come in una discesa ripida, e provò quell'orgasmo che fa esitare anche i più sventati sulla soglia d'una dimora profonda e segreta. Poi afferrò nomi sentiti dire o familiari, o anche soltanto legati a ricordi vaghi, sempre più frequenti, gli uni a chiarimento degli altri, finché apparve sotto di essi anche la trama del racconto. Fatti banali della vita quotidiana, senza splendore alcuno, affogati nella malizia più triste come sassi nella loro camicia di pantanella, tetri segreti, tetre menzogne, tetri maneggiamenti del vizio, tetre avventure che un nome detto all'improvviso illuminava come un faro, e che ricascavano subito in tenebrori dove l'intelletto non avrebbe ancora potuto distinguere nulla, ma che una specie di sacro orrore rivelava nella loro sostanza che era un brulichìo di torbide vite.

Mentre Mouchette ancora una volta si sentiva trascinata a dispetto della sua volontà e della sua ragione, era proprio questo orrore che viveva e pensava per lei. Perché, alle frontiere del mondo invisibile, l'angoscia è un sesto senso, dolore e percezione sono lì una sola cosa. Quei nomi, che uno dopo l'altro pronunciava la voce di lui rifattasi sovrana, li riconosceva ella al passaggio: ma non tutti. Erano quelli dei Malorthy, dei Brissaut, dei Paully, dei Pichon, avoli ed avole, negozianti irreprensibili, donne di casa, affezionati al patrimonio, non mai deceduti senza testamento, vanto delle Camere di Commercio e degli studi notarili. (La zia Susanna, lo zio Enrico, le sue nonne Adele e Malvina e Cecilia...). Ma quello che la voce narra, con accento uniforme, poche orecchie l'hanno mai sentito: la storia ricostruita dal di dentro, la meglio custodita, la più nascosta, e non già tale quale, nel groviglio degli effetti e delle cause, degli atti e delle intenzioni, ma ragguagliata ad alcuni fatti essenziali, alle colpe-madri.

E, certamente, l'intelletto di Mouchette da solo avrebbe compreso ben pochi particolari di quel racconto, fatto a tremende ellissi, che avrebbero ingarbugliata una intelligenza più lucida della sua. Ma dove quella voce trovava risonanza, era proprio nella sua essenza carnale, che ciascuna di quelle pecche aveva modificata e corretta nel punto del suo nascimento.

A veder quei defunti e quelle defunte uscire a poco a poco dai loro sudari non sentiva neanche un'ombra di quel che si potrebbe chiamare la sorpresa. Ascoltava quelle sovrumane rivelazioni col cuore franto d'angoscia, e pur senza curiosità né stupore. Pareva che le avesse già sentite, e anche meglio di adesso. Calunniose menzogne, rancori a lungo covati, premeditati misfatti dell'avarizia e dell'odio, ignominiosi amori, tutto si ricomponeva in lei a mano a mano, come si ricompongono, allo stato di veglia, le immagini di un brutto sogno.

Mai, no! mai non furono i morti con tanta brutalità tratti dalla loro cenere, gettati fuori, spalancati. A una data parola, a un dato nome pronunciato di botto, come alla superficie una bolla fangosa, risaliva qualche cosa dal passato al presente, un atto, un desiderio o, talvolta, più intimo e profondo, un pensiero non morto con la morte, e risollevato in modo così brutale, che Mouchette lo riceveva in pieno petto gemendo di vergogna.

Essa non percepiva più la voce spietata della propria rivelazione interiore mille volte più ricca e più piena. In verità più veloci d'ogni parola umana questi innumerevoli fantasmi che si levavano da ogni parte non si sarebbe giunti neanche a nominarli; ma come attraverso a un uragano di suoni sale, irresistibilmente, il dominante, così una volontà chiara ed attiva sistemava quel caos. Invano Mouchette, con un gesto di difesa infantile, tendeva contro l'avversario le sue mani piccoline. All'opposto di altre visioni che, appena fissate con occhio freddo e tranquillo, si allontanano e dileguano, queste si avvicinavano come un manipolo che si raduni prima di lanciarsi alla carica.

Il brulichìo di quella folla pur dianzi così frequente, dove ella aveva riconosciuto tutti i suoi, andava a mano a mano restringendosi. Di volti molteplici un unico si formava che era quello d'un vizio. Di gesti confusi un solo gesto unico si faceva, che era il gesto d'un delitto. Meglio ancora: talvolta il male non lasciava, della sua preda, che una massa informe, in piena dissoluzione, gonfia di tutto il suo veleno, digerito. Gli avari formavano una massa d'oro in carne e ossa; i lussuriosi un mucchio di interiora. Dappertutto il peccato rompeva il suo involucro e mostrava il mistero della sua genesi; uomini e donne, a decine, imprigionati nei tentacoli di uno stesso strazio, contorcendosi in tremendi vincoli, come le ventose recise d'un polpo, fino proprio al nucleo centrale del mostro, il peccato originale, che nessuno sospetterebbe in un cuore di fanciullo. E, d'un tratto, Mouchette si vide come non si era mai vista, neanche nel momento in cui aveva sentito stroncarsi il suo orgoglio: qualche cosa rovinò in lei con più irreparabile rovina, e si disperse per oscuro cammino. Quella voce, sempre bassa, ma d'un tono vivo e penetrante, l'aveva come scarnita a fibra a fibra. Non sapeva più di esistere, di aver esistito. Ogni astrazione, nel suo spirito, prende una forma che può essere accolta in seno o respinta. E che dire della rovina della sua propria coscienza! S'era riconosciuta, dapprima, nei suoi: nel parossismo del delirio non riusciva più a distinguere, nel gregge, sé stessa. Come?! Nemmeno un'azione della sua vita che non avesse altrove il suo duplicato? E dunque? Neanche un pensiero che fosse tutto suo, nemmeno un gesto che non fosse stato preordinato da tempo? Non simili: ma gli stessi; non ripetuti, ma unici.

Senza poter formulare con parole intelliggibili nessuna delle evidenze che venivano a darle il colpo mortale, ella sentì nella sua povera piccola vita il falso in pieno e l'immenso riso del falsario. Ognuno dei suoi ironici antenati, con monotona ignominia, avendo riconosciuto e fiutato in lei il suo bene, veniva a prenderselo; ed ella abbandonava tutto. Metteva tutto a loro disposizione, ed era come se questo branco fosse venuto a mangiarle, sulla mano, la sua stessa vita. Che contrastare ad essi? Che tenersi per sé? S'erano impadroniti di tutto il suo senso di ribellione.

Allora si alzò battendo l'aria con le braccia, rovesciando indietro la testa, e poi agitandola dall'una all'altra spalla, proprio come fa chi annega. Il viso era tutto solcato dal sudore, come se lagrimasse forte; mentre gli occhi, divorati dall'interna visione, sembravano, al vicario di Campagne, due pezzi di metallo raggelato. Chiudevano le sue labbra il varco a un grido trattenuto e che pareva facesse vibrare di sé quella sua gola muta: e questo grido inespresso metteva la sua piega sulla bocca contratta, sul collo reclinato, sulle spalle scarne, sulle reni incurvate, su tutto quel suo corpo come proteso per un appello estremo. E scappò via.

venerdì 16 ottobre 2009

Misteri da prima pagina

Insolita prima pagina, quella scelta dal Corriere della Sera di oggi (qui). Al posto d'onore, in apertura, non la notizia considerata più importante ma l'anticipazione, con il prologo e il primo capitolo, di quello che viene definito "il libro più atteso dell'anno": Il simbolo perduto di Dan Brown, in uscita in Italia per la Mondadori (il 23 ottobre, come opportunamente ricorda il Corriere). Mai avevo visto una pubblicità così originale, quindi complimenti a chi l'ha ideata. Assai meno originale, invece, l'incipit del romanzo: "L'iniziato, che aveva trentaquattro anni, guardò il teschio umano che teneva fra le mani come una coppa. Era pieno di vino rosso sangue. Bevilo, si disse. Non c'è nulla di cui aver paura". Stranezza per stranezza, ma sempre rimanendo nel campo dello "spiritual-misterioso". Prima pagina del Sole 24 Ore (qui). Grande risalto alla notizia del pre-accordo tra Unione europea e Corea del Sud sulla liberalizzazione degli scambi commerciali. Come viene illustrata la storica intesa? Con la foto di due novelli sposi, un tedesco e una coreana, ripresi durante un matrimonio di massa celebrato nei pressi di Seul dal reverendo Moon...

mercoledì 14 ottobre 2009

Storici del presente

Questo blog è dedicato a Giuseppe Prezzolini, perché apprezza l'ambizione, che egli aveva, di essere "storico del presente", uno cioè "che guarda e cerca di capire e di vedere come vanno le cose, e che cosa c'è sotto molte parole che corron per l'aria". Col dubbio, che confidava a Piero Gobetti, di esser preso per un pavido "terzista", come si direbbe oggi: "Sai, però, che qualche volta mi domando se questa posizione di spettatori non è un po', un pochino, dirò pur la parola, vigliacca?".

"Nei momenti più gravi delle contese
- racconta Prezzolini - mi pareva si dovesse accogliere, bene o male, l'appello di una parte e gettarsi nella mischia, pesando sulla palma della mano, per così dire, e non con la bilancia; pesando così all'ingrosso quel che ci poteva esser di buono e di cattivo senza troppi calcoli e scegliere; e fatta una volta la scelta, non ci pensare più sopra". Ma questi dubbi andavano rigettati: "A ognuno il suo lavoro. Vi è già tanta gente che parteggia! Non è niente male per la società se un piccolo gruppo si apparta, per guardare e giudicare; e non pretende reggere o guidare, se non nel proprio dominio, che è dello spirito".

Fu questo l'intento con cui scrisse di Benito Mussolini, senza farsene né critico pregiudiziale né servile apologeta: "E' possibile - si chiedeva nel 1925 - che un italiano scriva oggi di Mussolini storicamente, senza retorica, senza ira, senza preoccupazioni, con animo libero?". Domanda retorica: sembra impossibile scriverne in quel modo anche a ottant'anni di distanza... "Su Mussolini - notava Prezzolini - non abbiamo per ora, all'incirca, che apologie, talune servili; o polemiche, scarse di numero, per paura, e di intelligenza, per pregiudizi politici". Egli si proponeva invece di scrivere un saggio che avrebbe contrariato "coloro i quali voglion vedere tutto bianco e tutto nero, e trovare negli scrittori la giustificazione ragionata dei propri interessi e delle proprie simpatie"; ma che sarebbe invece piaciuto "a quel migliaio di persone le quali, militando nei partiti più vari, serbano un angolo del loro cuore e della loro mente puro dalle passioni del momento e si sentono orgogliose di appartenere ad un partito superiore a quelli politici".

La storia, com'è noto, si ripete mutandosi da tragedia in farsa. Non si può non notare che anche su Berlusconi oggi circolano soltanto apologie, forse anche agiografie, e critiche (la differenza col Duce è che queste ultime oltrepassano in gran misura le prime); e che, sempre attorno a Berlusconi, si agitano passioni fieramente contrastanti (però spesso più simulate, enfatizzate ad arte, che sincere). E' bello perciò vedere che c'è ancora qualcuno che si sforza di parlare a coloro i quali, non importa come la pensino, "serbano un angolo del loro cuore e della loro mente puro dalle passioni del momento". E' il caso di Giuseppe De Rita, che con questo articolo, pubblicato l'altro giorno sul Corriere della Sera, ha richiamato alla mia mente le parole, che ho riportato, di Giuseppe Prezzolini.

giovedì 1 ottobre 2009

Friedrich von Hayek e le leggi sulla fine della vita

Traggo da un ottimo articolo di Angelo Panebianco (qui, la versione integrale)

Un buon punto di partenza può essere la teoria (che ha apparentemente poco a che fare col tema) formulata dall’economista Friedrich von Hayek sul rapporto fra la conoscenza e il mercato. Per dimostrare che i sistemi di mercato sono superiori ai sistemi di pianificazione Hayek sostenne che i pianificatori falliscono sempre per difetto di conoscenza.

Il pianificatore centrale, nonostante i suoi deliri di onniscienza, difetta delle conoscenze «localizzate», relative alle specifiche situazioni «locali», sempre diversissime le une dalle altre, in cui sono quotidianamente coinvolti gli attori economici (produttori e consumatori) e che solo essi possono conoscere. Da qui la superiorità dei sistemi economici decentrati (di mercato) rispetto ai sistemi economici pianificati.

Applichiamo la teoria al tema del fine vita. Le situazioni estreme con cui si confrontano i medici sono fra loro diversissime: dal punto di vista clinico e dal punto di vista del rapporto con ciascun paziente, i suoi familiari, eccetera. L’altissima variabilità delle situazioni rende la legge (l’equivalente del pianificatore centrale di Hayek) uno strumento inadatto a regolamentare nel dettaglio i casi: una disposizione di legge che va bene per un caso non va bene per un altro. Da qui la necessità che (come, tacitamente, si faceva prima che il tema venisse politicizzato) sia lasciato spazio alla discrezionalità e al giudizio del medico, in accordo col paziente o con i suoi familiari, sul caso singolo. Perché solo la conoscenza che essi (e non la legge) hanno del caso singolo, può permettere di fare le scelte più appropriate, di muoversi nel modo migliore nel terreno accidentato che separa l’eutanasia da una parte e l’accanimento terapeutico dall’altra.

venerdì 18 settembre 2009

Il corpo delle donne musulmane (e non)

Della morte della marocchina Sanaa Dafani, uccisa dal padre perché a diciott'anni aveva lasciato la casa di famiglia ed era andata a convivere con un italiano di tredici anni più vecchio, si è parlato in due modi.

Da un lato, si è messo sul banco degl'imputati nientemeno che Allah, come hanno fatto Carlo Panella ("Sanaa Dafani è stata sgozzata nel nome dell'islam") e Magdi Cristiano Allam ("Il vero problema è che noi abbiamo paura di dire che in mezzo a noi ci sono dei musulmani che sgozzano le figlie perché glielo impone l'islam").

Dall'altro lato, si è parlato di violenza patriarcale, della disperata volontà di un padre di difendere un ordine tradizionale minacciato dal desiderio di libertà e autodeterminazione della figlia. E' la interpretazione del sociologo Renzo Guolo, che alla tesi dello scontro di civiltà, o scontro di religioni, oppone la tesi dello scontro di generazioni. Uno scontro interno all'islam, tra "padri giustizieri" e "figlie in rivolta".

Scrive Guolo: "Sul corpo delle giovani donne musulmane è in corso una battaglia che ha come posta due esiti diversi: il ripristino del controllo maschile, legato a una tradizione che si nutre di elementi culturali prima ancora che religiosi ed è ostile a stili di vita che, per i rigoristi, trasformerebbero la seduzione in sedizione, la libertà femminile in minaccia a un ordine ritenuto immutabile; oppure il suo progressivo sgretolamento e sostituzione, nel corso del tempo, con una dialettica che accetta o subisce la libera scelta delle donne senza ricorrere alla violenza restauratrice".

Delle due letture, la seconda è certamente la più plausibile. Ma mi sembra soffrire di uno schematismo simile a quello di chi maledice l'islam e magnifica l'Occidente, anche se meno smaccato. E infatti: è davvero così facile determinare la posta in gioco di questo conflitto, identificandola nella "libertà femminile", nella "libera scelta delle donne"? Davvero è giusto caricare di una simbologia quasi eroica la diciottenne Sanaa e le sue coetanee "ribelli", nobilitarne senza sfumatura di dubbio i sogni, i desideri? ("Uccisa per un sogno di libertà", scriveva in prima pagina il quotidiano friulano Messaggero Veneto, raccontando la tragica fine di Sanaa).

Insomma, i poli in conflitto sono soltanto due, la soffocante cultura d'origine da una parte, la richiesta di maggiore autonomia dall'altra? In campo non ci sono altri attori, altre prospettive, altre suggestioni?

Quando ho letto le parole di Guolo sul "corpo delle giovani donne musulmane" mi sono ricordato di un documentario che ho visto da poco. Si chiama Il corpo delle donne, e le donne in questione sono quelle che la televisione italiana offre quotidianamente al suo pubblico. Lo spettacolo è impressionante (peraltro l'autrice, Lorella Zanardo, ha un approccio "femminista" e tutt'altro che conservatore al tema).

Non è possibile - come s'è fatto per Sanaa - parlare astrattamente di libertà di scelta delle donne senza considerare l'immagine che delle donne danno i nostri media; e l'impatto che i modelli culturali veicolati dalla televisione hanno sui desideri e i sogni delle giovani generazioni. Per l'immaginario di un'adolescente musulmana emigrata nel nostro Paese, la cultura d'adozione rischia di essere non meno opprimente e claustrofobica di quella d'origine.

Il documentario Il corpo delle donne è visibile qui.

martedì 15 settembre 2009

"Il fallimento dei laici furiosi"

Di Giancarlo Bosetti avevo già scritto qui, e in realtà ci sarebbe poco da aggiungere anche dopo la lettura del suo Il fallimento dei laici furiosi, Rizzoli, 2009.

Per Bosetti la religione ha un rilievo pubblico, del quale lo Stato laico dovrebbe fare tesoro. E' - dovrebbe essere - "una sfida positiva alla politica... una sua integrazione, e forse - qualche volta - anche un corredo morale della cultura di chi governa, capace di moderare, faute de mieux, eccessi, esclusivismi, abuso di privilegi" (p.9). La religione non è un relitto premoderno inspiegabilmente sopravvissuto ai tempi; è, invece, una forza in continua crescita, che segna l'avvento di tempi nuovi, di un'epoca post secolare. Non è un ritorno al passato, sottolinea Bosetti, perché c'è una differenza rispetto all'epoca pre secolare: quella che va emergendo è infatti "una religione variopinta, plurale, multipla, non centralizzata, non troppo disciplinata, con affiliazioni più incerte e cangianti, più individuale, personalizzata" (p.65). E' il fenomeno del believing without belonging: credere senza appartenere.

Bosetti ne dà una valutazione positiva, laddove invece Benedetto XVI, ad esempio nella Caritas in veritate (n.55), ricorda come tali fermenti religiosi "non impegnano l'uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche". La notazione di Ratzinger (alcuni "percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone... possono essere fattori di dispersione e di disimpegno") dovrebbe in realtà far riflettere quei laici teorici del pluralismo che, come appunto Bosetti, nella religione vedono un serbatoio di risorse morali cui attingere per rendere più coesa, solidale, salda la società...

Incalzando il "laico furioso" del titolo (il laicista alla Carlo Augusto Viano e alla Gian Enrico Rusconi), Bosetti ricorda le incertezze e le contraddizioni della nostra epoca, e nota che "i diritti, da soli, non sono la risposta alle paure del nostro tempo" (p.81). Per Bosetti rispondere alla domanda di significato che si leva dalla società con l'offerta di più diritti ricorda la storiella di Maria Antonietta e delle brioches...

Alla fine, chiunque abbia a cuore la tenuta delle nostre istituzioni non può non fare i conti ancora oggi con l'insoluto dilemma formulato nel 1967 dal giurista tedesco Ernst-Wolfgang Bockenforde (cap.10): "lo Stato liberale secolare vive di premesse che esso non è in grado di per sé di garantire". In altre parole: "lo Stato, per garantire la libertà dei suoi cittadini e non opprimerli con una sua dottrina etica o religiosa, si affida alla loro moralità interiore, supponendo che si affermi un certo grado di omogeneità capace di garantire la sufficiente coesione, ma senza intervenire nella formazione di questa moralità, perché se intervenisse con i mezzi della coercizione giuridica e con decreti di autorità stabilendo i contenuti di un'educazione morale, o tanto peggio religiosa, finirebbe per riaprire le guerre civili confessionali da cui era nato come risposta neutralizzante". Lo Stato liberale pertanto vivrebbe, secondo Bockenforde, di una "rendita morale, quella prodotta dalla religione e dal suo insediamento storico nelle società che oggi sono diventate democratiche, pacifiche e liberali anche grazie a quella passata coltivazione" (pp.119-120).

Ora che questa "rendita" rischia di esaurirsi, lasciando il campo a quello che Bosetti definisce "nichilismo populista" (p.84), ovvero i mostri della cultura di massa che dominano i palinsesti della televisione, lo Stato laico deve correre ai ripari. Come? Non imponendo una propria antropologia ma, in una prospettiva pluralista, facendo spazio ad ogni visione del mondo e favorendone il confronto. E s'è visto come oggi, tra le visioni del mondo più titolate ad intervenire nel dibattito pubblico, ci sono le religioni.

Questa prospettiva è interessante e degna certo di essere approfondita (un esempio, di parte cattolica, è questa lettura, fatta dal cardinale Georges Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia, di due importanti discorsi di Barack Obama). Ma presenta a mio avviso alcune contraddizioni e fragilità. Lo Stato laico, dice per esempio Bosetti, "non deve riconoscersi in nessuna visione del mondo, ma includerle tutte"; e fin qui tutto bene, però poi aggiunge: "purché non lesive degli interessi del prossimo" (p.96). Ma qual è il criterio, ci si può chiedere, con il quale riconoscere, per tutelarli, gli interessi del prossimo? (Da notare che questo criterio deve essere preventivo, non emerge dalla discussione pubblica: serve anzi a vagliare le diverse visioni del mondo proposte, ad ammetterne alcune e a respingerne altre, a non tenerle tutte sullo stesso piano).

Ancora: "Possono valere nell'ambito delle pubbliche deliberazioni soltanto quelle aree di una dottrina religiosa che convergono in una comune visione umanistica con altre religioni e con i ragionevoli punti di convergenza di una discussione libera e aperta tra cittadini di eguali diritti" (p.126) Frase che sottoscrivo, ma con la consapevolezza che, per definire una "visione umanistica" e attenermi ad essa, ho bisogno di sapere prima che cosa sia l'uomo e quale sia il suo bene. E, anche in questo caso, questa idea dell'uomo e del suo bene non la ricavo semplicemente dal confronto tra le varie antropologie, perché è anche in qualche modo il criterio con cui posso valutare ciò che vi è di buono e ciò che invece va rigettato in una dottrina religiosa.

In conclusione. E' assai apprezzabile lo sforzo di Bosetti (e la sua onestà intellettuale che lo porta ad affermazioni notevoli come quella a pagina 39: "Il laicista polarizzato non viene mai sfiorato dal sospetto che, etiam si ecclesia non daretur, anche se non esistesse la Conferenza episcopale e se l'Italia fosse un Paese a maggioranza atea, la questione della sospensione della nutrizione e dell'idratazione di un malato in coma irreversibile potrebbe essere considerata controversa, che anche un agnostico, un ateo o un politeista sui generis potrebbe ritenere che il distacco della flebo sia da considerarsi, almeno in certi casi, una forma di eutanasia, impropria, passiva"). Però non si può non uscire dalla lettura del suo saggio con la conferma dell'insostenibilità di un sistema di pensiero coerentemente liberale.